Il vento che ti strattona le braccia, la board che inizia a planare e l’ala che ti tira verso l’alto: il kitesurf è nato come gioco da pionieri un po’ folli e oggi è una disciplina olimpica super tecnica, regolata e cronometrata al secondo. In mezzo, c’è una storia fatta di esperimenti con aquiloni, materiali che si strappavano, primi corso kitesurf su spiagge deserte e poi l’esplosione globale con spot pieni, scuole ovunque e dirette streaming dalle gare di Formula Kite. Capire come si è arrivati dalle prime prove con sci nautici e kite rudimentali fino alle Olimpiadi significa anche capire dove sta andando questo sport e cosa puoi aspettarti se decidi di lanciarci il tuo tempo, la tua energia e qualche bella raffica di vento.
Oggi il kitesurf è una famiglia intera di discipline: freestyle, wave, foil, big air, strapless. In Italia ogni anno nascono nuove scuola kitesurf, i brand aggiornano vele e tavole e i rider imparano a leggere il vento come un linguaggio quotidiano. Alle Olimpiadi, però, arriva solo una “versione” del kitesurf: la Formula Kite, il lato più tecnico e strategico, dove hydrofoil, vele a profilo rigido e percorsi a boe trasformano la session in regata. Dal boom di Maui negli anni ’90 al debutto olimpico, passando per l’esplosione del kitesurf Italia con spot come Salento, Stagnone e Garda, questa evoluzione ha cambiato anche il modo di imparare, di allenarsi e di vivere le kitesurf vacanze sul Mediterraneo.
- Origini ribelli: dagli aquiloni da trazione dell’Ottocento alle prime session improvvisate negli anni ’80.
- Rivoluzione anni ’90: Wipika, Naish, Cabrinha, Flexifoil e nascita del kitesurf moderno come sport.
- Discipline diverse: freestyle, wave, foil, big air, strapless – non esiste un solo modo di usare il kite.
- Formula Kite alle Olimpiadi: hydrofoil veloce, percorsi a boe, tattica da vela olimpica pura.
- Italia protagonista: sviluppo del kitesurf Salento, Stagnone, Tarifa, Marsiglia e medaglie possibili per gli azzurri.
Storia del kitesurf: dalle prime prove agli anni del boom
Immagina una spiaggia australiana nei primi anni ’80. Poche persone, nessun logo in vista, solo qualcuno che prova a farsi trainare da un aquilone con ai piedi degli sci nautici. È lì che compaiono le prime ombre di quello che oggi chiamiamo kitesurf: niente foil, niente leash di sicurezza, solo vento, corde e tanta testardaggine. Questo approccio “artigianale” è stato la base di tutto: chi era in acqua non aveva manuali, stava scrivendo le regole sul momento.
Pochi anni dopo, nel 1985, un inventore francese, Bruno Legaignoux, inizia a ragionare in modo più strutturato. L’idea semplice ma geniale: applicare dei galleggianti a un’ala da trazione, in modo che resti in superficie dopo la caduta e si possa rilanciare dall’acqua. Nasce così il brevetto Wipika, che cambierà per sempre lo sport. Con quelle ali a bladders, gonfiabili, il kite smette di essere solo un giocattolo da terra e diventa davvero uno strumento per navigare.
La vera esplosione avviene però qualche anno dopo, quando l’azione si sposta a Maui, Hawaii. Qui entra in scena una “crew” di windsurfisti che non si accontentano più della vela tradizionale: Manu Bertin, Flash Austin, Lou Wainman, Robby Naish, Pete Cabrinha e altri nomi che oggi sono quasi leggendari nel mondo kite. Usano i primi Wipika ma anche ali a cassoni come il Flexifoil Blade, non rilanciabili dall’acqua. Ogni uscita è un rischio, ma anche un laboratorio. La regola è semplice: provare, cadere, cambiare set-up e riprovare.
Verso la fine degli anni ’90, intorno al 1999, il kitesurf passa dall’essere un gioco per pochi fissati al diventare sport riconosciuto. Entra in scena l’industria: Wipika, Naish Sails, Cabrinha, Peter Lynn, Mosquito, Challenger e altre aziende iniziano a produrre vele pensate solo per il kite in acqua, tavole dedicate, barre con sistemi di sicurezza più evoluti. Questo passaggio è fondamentale perché rende possibile l’apertura delle prime scuole, la nascita dei primi corso kitesurf per principianti strutturati e delle prime gare ufficiali.
Molti rider di oggi hanno iniziato proprio grazie a quella fase. Le spiagge iniziano a popolarsi, i primi video girano tra VHS e DVD, le riviste di surf e windsurf dedicano pagine al nuovo sport. Si inizia a capire che non è una moda passeggera ma una disciplina che può crescere, con le sue regole, i suoi spot, i suoi campioni. In Italia, i primi veri movimenti si vedono sul Garda, allo Stagnone e su alcune spiagge toscane e laziali, mentre il vento Salento inizia a far parlare di sé tra i più curiosi.
L’insight chiave di quel periodo? Il kitesurf smette di essere un esperimento e diventa una comunità. E una comunità, quando cresce, spinge tutto il sistema a evolversi: materiali, sicurezza, formazione e, soprattutto, mentalità.
Dal gioco al sistema: come i materiali hanno cambiato la storia
All’inizio ogni kite era un compromesso instabile tra potenza e sopravvivenza. Le ali si bucavano, le barre erano rudimentali, i leash spesso inesistenti. Con il passare degli anni, però, il lavoro su materiali, design e sicurezza ha fatto una differenza enorme. Il concetto di depower, di quick release, di sistemi a 4 e 5 linee è entrato nella normalità, riducendo i rischi e aprendo il kitesurf a un pubblico sempre più ampio.
Marchi come Duotone, Slingshot, Naish, Cabrinha, Ozone e F-One hanno costruito la loro identità proprio in questi anni di spinta continua. Chi cerca oggi recensioni approfondite sui modelli più recenti può farsi un’idea chiara di questa evoluzione leggendo, per esempio, le analisi tecniche su kite Duotone e altri modelli moderni, dove si vede quanto siano lontani i prodotti attuali dalle vele rigide e un po’ brutali delle origini.
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque vada in spiaggia: oggi il kitesurf per principianti è possibile, a patto di passare da una scuola seria, mentre negli anni ‘90 era quasi solo per chi accettava un livello altissimo di rischio. Il salto non è solo tecnologico, ma culturale: lo sport matura e inizia a prendersi davvero sul serio.
Questa progressione, dalla follia creativa alla standardizzazione, ha aperto la porta alla fase successiva: quella delle discipline specializzate e delle regate internazionali.
Dalle origini alla Formula Kite: l’evoluzione verso il kitesurf olimpico
Quando il kitesurf prende piede in tutto il mondo, è solo questione di tempo prima che qualcuno inizi a chiedersi: “Ma se trasformassimo questa spinta del vento in una vera regata?” Le prime competizioni sono quasi dei raduni, con regole flessibili e molto spirito di sperimentazione. Ma con la crescita del livello tecnico e la diffusione del kitefoil, il kitesurf racing diventa una disciplina a sé stante.
Il passaggio chiave è l’introduzione dell’hydrofoil: una tavola con una pinna alare che ti solleva dall’acqua e ti fa scivolare quasi senza attrito. Improvvisamente i nodi aumentano, i salti di velocità sono impressionanti e il range di vento utilizzabile si allarga tantissimo. Lì nasce la base della Formula Kite, la classe che oggi rappresenta il kitesurf alle Olimpiadi.
Nel formato Formula Kite, i rider usano vele a profilo rigido, kite foil super efficienti e tavole sottili pensate solo per planare alto e veloce. Le gare si svolgono su percorsi a boe, con tratti controvento (upwind), a favore (downwind) e al traverso (reach). È un mix tra la sensibilità del kiter e la tattica delle regate veliche tradizionali: devi leggere il vento, scegliere la linea migliore, gestire la velocità e non sbagliare mai la partenza.
Un aspetto interessante è la flessibilità delle condizioni richieste. Le competizioni sono progettate per svolgersi con venti che vanno da circa 5 a 40 nodi. Questo è possibile grazie all’uso di aquiloni di diverse metrature, in genere tra i 7 m² e i 25 m². Più vento, kite più piccolo; vento leggero, kite più grande. Non è solo una questione di forza, ma soprattutto di controllo e strategia di set-up.
Chi vuole iniziare a capire davvero come funziona l’hydrofoil in chiave didattica trova molti spunti pratici in guide specifiche, come quelle dedicate a imparare il kitesurf in foil in sicurezza, dove ogni fase – dal body drag alla prima partenza in foil – viene smontata passo per passo.
Formula Kite alle Olimpiadi: regole, tattica e condizioni di gara
Alle Olimpiadi il kitesurf si presenta nella versione più “regolata” che esista: la Formula Kite. Gli atleti gareggiano su un percorso a bastone con boe che segnano il giro, accumulando punti in una serie di prove. Ogni regata è una combinazione di partenza perfetta, scelta della rotta e gestione del materiale. Un errore di timing all’inizio, un pump di vela ritardato, una virata sbagliata e la posizione in classifica può cambiare in pochi secondi.
Le gare si tengono in un range di vento ampio, appunto tra 5 e 40 nodi, e ogni rider ha un set di aquiloni omologati di misure diverse. Il regolamento definisce un numero limitato di vele che puoi utilizzare durante l’evento, per mantenere equità e contenere i costi. Sia uomini che donne competono con un formato simile, con batterie di qualifica, fasi intermedie e una medal race finale che assegna le medaglie.
Dal punto di vista televisivo, è uno spettacolo potente: kiter che volano su foil, inclinati sul bordo d’attacco dell’ala, con velocità che superano facilmente quelle di molte barche a vela olimpiche. Per chi arriva dal freeride classico, vedere quegli angoli di bolina così stretti e quelle percorrenze così veloci è quasi fantascienza.
Questa struttura “a regata” ha un impatto anche sul modo in cui gli atleti si allenano. Non basta saper saltare alto o fare un bel backroll: servono ore di lavoro sul foil, sulle partenze, sulle layline e sulla gestione della stanchezza in batterie ravvicinate. È un kitesurf diverso, ma comunque figlio della stessa passione per vento e mare.
L’insegnamento per chi sta dall’altra parte della barra è chiaro: il kitesurf può essere giocato su tanti piani, dal freeride relax al livello olimpico. Quello che cambia è quanto vuoi spingerti oltre la tua zona di comfort.
Kitesurf e Olimpiadi: Parigi 2024, Marsiglia e l’impatto globale sullo sport
Quando il CIO ha confermato il debutto del kitesurf alle Olimpiadi di Parigi 2024, molti rider hanno avuto la stessa sensazione: “Finalmente.” Dopo anni di crescita costante, di tour mondiali, di campionati continentali, il salto verso la dimensione olimpica era quasi naturale. La scelta è caduta su Marsiglia come campo di gara, nel cuore del Mediterraneo, con un porto riqualificato come hub della vela olimpica.
Marsiglia offre un mix che chi fa kitesurf conosce bene: venti abbastanza affidabili, poca marea, correnti gestibili e un anfiteatro naturale che permette al pubblico di vedere da vicino le regate. Il bacino di gara, di fronte alla Corniche, è stato progettato proprio per avvicinare gli spettatori all’azione. In acqua, circa 40 rider (20 uomini e 20 donne) si giocano medaglie che possono cambiare una carriera.
Il programma delle gare di Formula Kite si è concentrato sulla finestra di vento migliore, all’interno del periodo olimpico. Serie di apertura su più giorni, finali separate per uomini e donne e una medal race che decide tutto in poche manche: basta una scelta di boa azzardata o una partenza anticipata per sbagliare l’intera settimana. È un format crudele ma spettacolare, che premia chi sa leggere il vento quasi d’istinto.
Dietro le quinte, il sistema di qualificazione è stato pensato per garantire una rappresentanza globale. Posti riservati alla nazione ospitante, slot assegnati attraverso i Mondiali di vela, quote continentali e un’ultima regata di qualificazione per chi è rimasto fuori. Risultato: in acqua non ci sono solo i soliti nomi europei, ma anche rider provenienti da Asia, America Latina, Oceania, Africa, caraibi. Il kitesurf olimpico diventa quindi una vetrina mondiale dei diversi modi di leggere lo stesso vento.
Per uno sport abituato a vivere di video sui social, spot selvaggi e session senza orari, vedere i rider con pettorale numerato, inquadrati dalle telecamere ufficiali e inseriti nelle statistiche olimpiche è un passaggio simbolico forte. Segna il punto in cui il kitesurf non è più “nuovo sport di tendenza”, ma disciplina strutturata con una storia, delle regole e una dimensione istituzionale.
Condizioni meteo, attrezzatura e spettacolo: cosa rende unica la gara olimpica
Un dettaglio che colpisce molti appassionati è la semplicità relativa delle condizioni necessarie per far partire una gara olimpica di kitesurf. Non serve una tempesta: bastano 5 nodi per far volare i foil più potenti, fino ad arrivare a 30–35 nodi dove comincia davvero selezione naturale. Grazie ai set di aquiloni di diverse misure, gli atleti riescono ad adattarsi quasi a ogni scenario. Questo è uno dei motivi per cui il CIO ha guardato con favore al kitesurf: alta spettacolarità, grande flessibilità meteo.
Dal lato dell’attrezzatura, il formato olimpico richiede materiali certificati e omologati: tavole hydrofoil con foil di classe, vele a profilo rigido specifiche Formula Kite, barre standard. L’obiettivo è evitare che il risultato dipenda troppo dall’ultimo modello uscito, lasciando al centro la capacità del rider. Nella realtà, ovviamente, ogni piccolo dettaglio conta: spessori, profili, finiture del foil, regolazioni delle linee. È un livello dove tutto viene portato al limite.
Il pubblico vede ali colorate che sfrecciano sul bordo, ma dietro ci sono anni di sviluppo. Marchi come Cabrinha, Duotone, Ozone e altri hanno tutti investito nel segmento foil e race, e i progressi tecnici arrivano poi anche nel freeride. Chi guarda oggi una vela freeride 2026 beneficia anche di tutta la ricerca fatta per la Formula Kite. Questo scambio tra competizione e uso quotidiano è uno dei motori silenziosi dell’evoluzione del kitesurf.
Alla fine, il punto è semplice: la vetrina olimpica amplifica tutto. Più visibilità, più attenzione dei media, più giovani che decidono di cercare una scuola kitesurf locale per iniziare. Il mare resta lo stesso, ma lo sguardo su questo sport cambia.
Italia, Formula Kite e nuova generazione di rider: dalle spiagge locali al podio
L’ingresso del kitesurf alle Olimpiadi ha trovato l’Italia pronta. Negli ultimi anni il paese ha costruito una rete fitta di spot, scuole, eventi e atleti di altissimo livello. Dallo Stagnone di Marsala al Lago di Garda, dalla kitesurf Sicilia sud alle coste pugliesi, chi vuole imparare o spingere il proprio livello ha solo l’imbarazzo della scelta. In questo contesto, non stupisce vedere rider italiani tra i favoriti per le medaglie.
Nella categoria maschile, nomi come Riccardo Pianosi hanno dimostrato di poter giocare stabilmente con i migliori al mondo. Podio ai mondiali giovanili, risultati importanti nel circuito Formula Kite, capacità di gestire foil e vele con freddezza anche nelle regate più tirate. Al femminile, atlete come Maggie Eillen Pescetto hanno portato la bandiera italiana ai massimi livelli, mostrando che la scuola tricolore ha trovato la chiave giusta anche nella disciplina foil.
L’eco della medaglia d’oro di Sofia Tomasoni ai Giochi Olimpici Giovanili del 2018 è ancora forte. Quella vittoria ha fatto capire a tanti ragazzi e ragazze che il kitesurf non è solo salti e trick per i social, ma anche un percorso sportivo serio, con allenamenti, staff tecnici, pianificazione a lungo termine. Molti atleti che oggi inseguono il pass olimpico citano proprio quel risultato come uno dei momenti che li ha motivati a inseguire la Formula Kite.
A livello istituzionale, il lavoro dell’Associazione Kitesurf Italiana e di figure come Antonio Gaudini ha contribuito a dare una struttura allo sport, spingendo per il riconoscimento, le gare nazionali, la formazione degli istruttori. Le sue parole all’annuncio del debutto olimpico riecheggiano ancora tra i rider: anni di lavoro per portare un “gioco da vento” al centro della scena sportiva mondiale.
Ma la vera forza dell’Italia nel kitesurf sta nel mix tra spot diversi e comunità locali molto attive. Hai il kitesurf Adriatico con venti termici più dolci e ampie spiagge, lo kitesurf Ionio con condizioni spesso più rafficate, il kitesurf Salento che sfrutta due mari e mille combinazioni di direzioni, senza dimenticare i laghi del nord e gli spot vulcanici della Sicilia.
Dalle scuole locali ai kitecamp: come il boom olimpico cambia l’allenamento
Con l’orizzonte olimpico in vista, anche il modo di fare formazione è cambiato. Non si parla più solo di lezioni base per water start e primi bordi, ma di programmi completi che portano il rider dal livello intermedio alle prime regate. Molte scuole strutturano pacchetti specifici per chi vuole entrare nel mondo del foil, con moduli su lettura del vento, tattica di regata, gestione della fatica.
Un tassello importante sono i kitecamp organizzati in spot strategici, dove puoi passare una settimana solo tra vento, lezioni e analisi video. Chi vuole farsi un’idea di questo approccio può guardare iniziative descritte in pagine come kitecamp e camp in Italia dedicati al kitesurf, dove la formula “all day on the water” permette di concentrarsi davvero sulla progressione, senza interruzioni.
Per i giovani che puntano alla Formula Kite, il percorso tipico passa da:
- Base twin tip: imparare fondamentali, sicurezza, controllo del kite.
- Passaggio al foil: prime planate, gestione dell’equilibrio, upwind efficace.
- Regate locali: familiarizzare con boe, partenze, regole di precedenza.
- Tour internazionale: Mondiali giovanili, tappe europee, qualificazioni olimpiche.
Non tutti arriveranno a Marsiglia o alle prossime edizioni dei Giochi, ma l’effetto a catena è chiaro: più attenzione, più strutture, più cultura tecnica anche tra chi vuole “solo” divertirsi in sicurezza nelle proprie session.
Il messaggio di fondo resta lo stesso: se impari bene le basi, hai in mano uno sport che può portarti dove vuoi, dalla baia sotto casa al podio olimpico.
Kitesurf oggi: discipline, sicurezza e come questa storia ti tocca da vicino
Guardando l’arco che va dagli aquiloni di tessuto pesante alle vele foil da regata, la storia del kitesurf sembra una linea dritta verso la performance. In realtà, è una ramificazione continua. Oggi “kitesurf” è un ombrello che copre mondi diversi, tutti figli dello stesso vento ma con caratteri propri. Capirli ti aiuta a scegliere dove vuoi stare in questa storia.
Le principali discipline sono:
- Freestyle: trick agganciati e sganciati, rotazioni, handle pass. Serve acqua relativamente piatta e vento stabile. È la scena che ha reso celebri molti rider sui social.
- Wave: tavola direzionale, kite più depowerato, lavoro sulle onde. Qui il kite diventa quasi un traino discreto e la vera star è la parete d’acqua che stai surfando.
- Foil: hydrofoil che ti solleva dall’acqua, silenzio sotto i piedi, lunghe boline. È la disciplina più vicina alla Formula Kite e quella che ha rivoluzionato il concetto stesso di vento “sufficiente”.
- Strapless freestyle: tricks sulla tavola da surf senza strap, salti, rotazioni, board-off. Richiede timing e controllo altissimi.
- Big Air: l’obiettivo è semplice da capire e difficile da raggiungere: salti più alti, più lunghi, più tecnici, spesso con condizioni di vento forte.
Questa varietà esiste perché i materiali lo permettono. I produttori propongono vele specifiche per freeride, wave, foil, big air, light wind. Tavole twin tip, surfini, foil board, directionals. La scelta non è solo questione di stile, ma anche di sicurezza: usare un kite freeride stabile per kitesurf per principianti è molto diverso che attaccare un C-kite da freestyle puro a chi sta ancora cercando l’equilibrio sul primo bordo.
Proprio la sicurezza è il filo che collega la fase pionieristica agli standard di oggi. Se agli inizi si puntava tutto sull’istinto, ora la norma è partire da un corso kitesurf con istruttori certificati, imbrago adeguato, casco, giubbotto e comprensione chiara delle regole di navigazione. Sapere leggere la meteo, riconoscere un temporale in arrivo, capire come si forma una raffica è parte integrante del bagaglio del rider. Non è un optional.
| Fase storica | Caratteristiche del materiale | Livello di sicurezza | Profilo tipico del rider |
|---|---|---|---|
| Anni ’80 – sperimentazione | Aquiloni rudimentali, niente depower, sci nautici | Basso, quasi nessuna ridondanza | Pionieri e inventori |
| Anni ’90 – Wipika & boom | Ali gonfiabili, primi leash e quick release | Medio, rischio ancora elevato | Windsurfisti in cerca di novità |
| Anni 2000 – standardizzazione | Kite 4 linee, twin tip, sistemi di sicurezza diffusi | Più alto, scuole e corsi strutturati | Comunità globale di rider |
| Anni 2010–oggi – specializzazione | Foil, kite specifici per disciplina, materiali avanzati | Alto se si segue formazione adeguata | Dal principiante al pro olimpico |
Un aspetto che merita sempre attenzione è la meteo. Non basta guardare fuori dalla finestra: bisogna conoscere i modelli locali, la direzione del vento, il rapporto tra spot e ostacoli, i rischi da offshore, le termiche pomeridiane. Per chi vuole approfondire, esistono risorse dedicate alla meteo per kitesurf e gestione del vento, dove viene spiegato come trasformare numeri e frecce in scelte reali: uscire o aspettare, cambiare kite o rientrare.
Se guardi oggi un rider che vola su foil in Formula Kite o che chiude un mega loop in big air, ricorda che dietro ci sono decenni di evoluzione, cadute, tentativi e piccole rivoluzioni tecniche. La storia del kitesurf non è finita con l’ingresso alle Olimpiadi: ha solo aperto un nuovo capitolo. Il prossimo passo, come sempre, partirà da una spiaggia, un po’ di vento e qualcuno disposto a farsi tirare ancora più in là.
Come è nato il kitesurf moderno?
Le radici del kitesurf risalgono a esperimenti con aquiloni da trazione e sci nautici negli anni ’80, soprattutto in Australia. Il salto decisivo arriva però a metà anni ’80, quando Bruno e Dominique Legaignoux sviluppano le prime ali gonfiabili Wipika, rilanciabili dall’acqua. Negli anni ’90 la scena si sposta a Maui, dove windsurfisti come Robby Naish e Pete Cabrinha iniziano a usare questi kite in modo sistematico. Con l’ingresso dei marchi specializzati e la nascita delle prime scuole, il kitesurf passa da esperimento a vero sport acquatico globale.
Qual è la differenza tra kitesurf freeride e Formula Kite olimpico?
Il freeride è l’anima più libera del kitesurf: tavola twin tip o surfino, obiettivo divertimento, nessun percorso obbligato. Puoi alternare bordi lunghi, qualche salto, un po’ di wave a seconda dello spot. La Formula Kite, invece, è una disciplina da regata: si usa un hydrofoil, vele specifiche e si gareggia su un percorso a boe, con classifica a punti e regole simili alla vela olimpica tradizionale. Nel freeride comandi solo tu e il vento; nella Formula Kite devi battere avversari e cronometro.
È necessario un corso per iniziare a fare kitesurf?
Sì, un corso presso una scuola kitesurf con istruttori qualificati è indispensabile. Il kitesurf è uno sport che sfrutta la potenza del vento e richiede conoscenze su sicurezza, meteo, sistemi di sgancio rapido e regole di precedenza. Imparare da autodidatta aumenta notevolmente i rischi per te e per chi è in acqua. Un buon corso ti insegna gestione del kite a terra, body drag, water start e prime andature, mettendo al centro la prevenzione degli incidenti.
Che attrezzatura usa il kitesurf alle Olimpiadi?
Nelle Olimpiadi, il kitesurf è rappresentato dalla classe Formula Kite, che utilizza tavole hydrofoil, ali a profilo rigido e barre standardizzate. Gli atleti hanno a disposizione un set limitato di aquiloni di varie metrature, in genere tra 7 e 25 m², per coprire un range di vento da circa 5 a 40 nodi. Tutta l’attrezzatura deve essere omologata secondo le regole della classe, così che il risultato dipenda principalmente dalle capacità del rider e non dal vantaggio tecnologico.
Come scegliere la disciplina di kitesurf più adatta?
La scelta dipende da dove ridi e da cosa ti fa vibrare di più. Se il tuo spot è spesso flat e ami i salti, il freestyle o il big air sono strade naturali. Se hai onde regolari e ti piace surfare, il wave e lo strapless sono ideali. Se ti affascinano velocità e lunghe boline, il foil e magari un futuro nella Formula Kite possono fare per te. Inizia sempre dal freeride base, costruisci solide fondamenta e poi sperimenta, facendoti guidare da istruttori che conoscono bene il tuo spot e le sue condizioni.

